POESIA

LA POESIA: UN NUOVO PUNTO DI OSSERVAZIONE

Il poeta scrive per restare solo/o perché si sente solo.
Si moltiplica per sentire,/piange/soffre/ama/desidera le ombre/ dei volti che uccide.
Cerca la propria esistenza/fra gli strumenti di una orchestra/senza pubblico/e mette l'anima in fogli di carta/che straccia e distrugge.
Ogni strada gli appartiene/ma sceglie sempre vicoli nascosti/dove si infanga nel sottofondo della vita/dove soffre e recita la sua parte/dove sente che un'esistenza nell'infinito c'è.
(G.P.)

Celine diceva che gli uomini scrivono perché sono infelici e lo fanno per accorciare la distanza che c'è fra loro e la vita, la quale non chiede se non di essere vissuta.
Montale affermava che gli uomini scrivono perché c'è in loro una disarmonia, una ragione profonda identificata nella infelicità.
E' l'idea stessa dello scrivere che si pone a sintomo di una crisi, di un disagio.

Comincia da quel sintomo la ragione della poesia?
Elimina il male e lo cura oppure lo alleva e lo custodisce?

La poetessa Carla Muzzioli Cocchi recita:
Vorrei raggiungere/la tua tristezza./ Carezzarla in silenzio/e consolarla./ E insieme vorrei/ non conoscerla,/non vederla, e rispettare così/il tuo bisogno/di non essere/svelato.

E poi ancora: Ho toccato il nulla/e ho trovato il senso.

Ma allora, la poesia è risarcimento? E' autoregistrazione? Da voce a se stessi?

La poesia è qualcosa di talmente remoto nella nostra anima che può essere solo profondamente intima, lontana da elementi lirici e accademici. E' l'eco che ci tiene in vita, o che tiene in vita il poeta. Montale scriveva quando veniva chiesto al poeta “chi siamo? ”: ...codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Alla poesia chiediamo che sia una voce, anche se esile, che distingua un “io” dal rumore di fondo impersonale. Può diventare un filo che ci da una direzione. E poi è anche urgenza.

Vaga un morire/ quando da un sentimento/ nasce un'urgenza./ Basterebbe guardarsi/ non siamo altro che noi stessi/ non siamo oltre il confine.

Non dimentichiamo che c'è un tempo immemorabile che non ha avuto voce. Gridiamo, fin dalla nascita, ma spesso la nostra voce non viene ascoltata e non siamo neppure più in grado, col tempo, di gridare.

Della vita resta un'ombra/che ci illude/della nostra innocente esistenza,
un alito caldo fatto di sogni/malinconie/sorrisi/incontri/che lascia come eco l'ombra di quei volti/
che non passano mai.
Allora riusciamo a distinguerne i contorni/e ci domandiamo perché così presto scorre la vita,/
come se provare emozioni/sia solo una scusa/per raccontarci della nostra esistenza.
Non capiremo mai lo spazio che c'è/fra ciò che siamo/e ciò che non siamo.
(G.P.)
___
Non ho altro universo/per ascoltarti parlare/ma tu parla, parla/figlio mio.
Entra con la tua musica/nel mio corpo/nella mia follia/costruita da secoli di speranza/
che l'uomo possa essere uomo/e non vittima dell'uomo.
Accorda la tua voce/con gli strumenti del mio cuore/nutri la mia orchestra.
Vorrei che tu imboccassi/il tuo estuario verso il mare.
Altro/non saprei chiedere.
(G.P.)


Il tempo continuerà a fuggire.
Unica luce/il riverbero dei sogni
(G.P.)
___

Se non dici nulla/si apre un silenzio/che fa paura
e io ho paura /di questo urto col buio
(G.P.)


Il vero poeta è quello per necessità e non per convenienza o per coincidenza. C'è una evoluzione, una crescita del poeta.

Dapprima egli si pone come cassa di risonanza, come mediatore di un popolo che non ha voce.
Osservo il tuo volto senza tempo/ mentre ti vedo là/ sui detriti della follia/ vestito di sole (G.P.)
(ai bambini vittime delle guerre).

Poi va verso una memoria privata.
Eterno, nella memoria./ Lo stesso quelle mani/ ormai morte/ che si muovono da sole. (G.P.)

Avverto ancora/ l'ombra delle tue mani./ Chinato/ le bacio.(G.P.)


Quindi giunge alla essenza della poesia, che è inattaccabile dal tempo e dal mutamento. “Si tratta di una poesia liberata da ogni ipoteca ideologica e assume una struggente capacità evocatoria”
(Franco Brevini).

“Le cose non hanno memoria, ma durano più delle mani” scriveva, infatti, Nino Pedretti

E giungiamo alla poetica in cui l'oggetto acquisisce una dimensione metafisica e si evidenzia lo scenario di solitudine del poeta, che fa da sfondo al colloquio con le cose. E rimane, appunto, l'essenza. Il poeta deve mettersi da parte e far muovere i personaggi della sua stanza. Gli oggetti si muovono e parlano, diventano i personaggi.
Di solito il poeta lascia la casa per trovare nel mondo una ragione di essere. Ma il percorso vero è, come affermava anche Carlo Bo, quello contrario, perchè il poeta sa che fuori dalla sua stanza c'è il vuoto.
E quindi si mette da parte e fa muovere i personaggi che compongono la sua stanza, che sono la sua essenza, trovando così un nuovo punto di osservazione e giungendo alla essenza della poesia e dunque, al chi siamo? e al dove andiamo?

Ancora il pallido mattino/e l'oscuro male di vivere/continua a fare tremare le ossa
come una piccola piazza al gelo.
Ma un fiore/rosso/in religioso silenzia/timidamente appare/sul bordo della vita.(G.P.)
Nella sua solitudine/il vecchio sale le scale/per cercare nelle stanze /della vita/una passato.
Adagio/riscende/e ride felice/con l'aria fra i denti/che poi è tutto.
(G.P.)

Gian Piero Pedretti – Bologna 2016